Esercitazione: saggio breve
Ambito Artistico-letterario
Argomento: la percezione dello straniero nella letteratura e nell’arte
Autore: Stefano Melis, V C pedagogico
In tutta la storia dell’uomo, dall’epoca primitiva, in cui i primi uomini si riscaldavano intorno a un misero fuoco, all’epoca medioevale, periodo in cui era la superstizione a predominare sulla ragione umana, fino all’epoca moderna e successivamente contemporanea, l’essere umano ha, via via, nel corso della propria storia, modificato la propria percezione di se stesso e dell’ ”altro”, talvolta assumendo una posizione difensiva e malfidente nei confronti di ciò che egli definisce straniero, talvolta invece assumendo un comportamento assolutamente ostile e irrazionale nel confronto con una realtà esterna e ciò di cui essa è caoticamente composta, il genere umano, una collettività eterogenea e complessa, ricca di mille sfaccettature diverse. La paura del diverso, il sentimento xenofobo che l’uomo prova nei confronti di persone che ai nostri sensi ci appaiono diverse, ha avuto ricadute in tutti gli ambiti e i settori dell’esistenza umana. La percezione dello straniero varia da periodo a periodo, da cultura a cultura, da individuo a individuo; poiché la società e la stessa persona che la compone sono di per sé realtà stratificate e assai complesse. Nell’ambito religioso, lo straniero non viene considerato come diverso o come entità minacciosa o portatrice di male, percezione largamente diffusa invece laddove la superstizione e il pregiudizio agiscono di pari passo e contano più della razionalità logica stessa; ma la dottrina religiosa (e in particolare quella cristiana, per quanto ci riguarda) manifestazione e rappresentatrice di quella volontà benefica e sovrumana che si identifica in Dio stesso, non percepisce ciò che l’uomo in tutta la sua imperfezione e finitezza di pensiero, al contempo stesso origine e causa di ciò, percepisce dello straniero; la religione ci trasmette invece che una persona, qualunque sia la sua etnia, la sua cultura, la sua provenienza, è uguale a qualsiasi altra persona: uguale a tutti noi, dotata degli stessi nostri diritti, che sia egli più forte e più debole, una persona che al di là della propria individualità deve essere integrata tra di noi, poiché un uomo non può essere misura o unità di valutazione di un altro uomo. La religione si fa quindi portatrice di un’istanza che considera l’essere umano come collettività omogenea, senza evidenziare quindi alcuna differenza, ma invitandoci ad una comunione che congiunge le forze e le risorse di ciascuno di noi, formando quindi un perfetto e armonioso “organismo” vivente. Ma sotto questo punto di vista, la religione non può essere considerata seriamente come soluzione a tale problema, né come realtà applicabile: il progetto che la religione da sempre si propone di realizzare, altro non è che pura utopia, frutto della speranza e dell’illusione umana di poter raggiungere tale perfezione e sintonia tra le varie genti. In tutta la storia dell’uomo e in tutte le sue manifestazioni ed esercitazioni di pensiero, che spaziano e trovano posto in varie correnti artistiche, letterarie e culturali della storia vi si trova la traccia della percezione del diverso come elemento di valutazione e di discriminazione: nelle grandi opere dell’epoca classica occidentale, vi è ad esempio l’Odissea in cui l’eroe greco Ulisse, più di qualsiasi altra cosa riflette la scomoda e drammatica situazione dello sconosciuto in terra altrui: lo sconosciuto è spaesato, insicuro, incerto su come agire e relazionarsi a quelle persone che fanno da padrone in quella sconosciuta terra; ma ecco che la situazione viene capovolta dalla figlia di Alcinoo, che rappresenta l’eccezione alla regola, la luce della ragione in mezzo alle tenebre dell’ignoranza umana, e aiuta perciò lo straniero. Ma non solamente in epoche antiche lo straniero era ritenuto come minaccia ed emblema di inferiorità: la discriminazione etnica e la concezione di tale ideologia, giunge a noi da grandi pensatori che nella nostra storia hanno affrontato e messo in luce la problematica, intellettuali della portata di Manzoni; a tal proposito egli fornisce nella sua opera (I Promessi Sposi) uno spaccato di grande intensità, che mette in luce uno straniero (nei panni di Renzo) che in una società sconosciuta ed estranea, non solo è il centro di discriminazioni, ma si arriva a definirlo capro espiatorio di un male che non ha provocato e che non gli appartiene, un male che rispecchia una decadenza non solo etica e morale, ma anche civile e sociale del mondo occidentale. E’ proprio in tale società che le poche menti eccelse, che emergono con fatica da una massa ignorante e superstiziosa, tentano di fuggire, di estraniarsi da tale emblema di decadenza, una realtà in cui queste persone, come ad esempio Baudelaire, poeta dell”800, non si rispecchia, ma tenta con ogni mezzo di sfuggire da questa realtà, affrontandola contemporaneamente con il mezzo più potente a nostra disposizione, la ragione. In realtà la concezione di straniero non è logicamente e razionalmente accettata, così come il senso comune la intende oggi. Lo straniero è l’apposizione che qualifica una persona agli occhi di un’altra, e talvolta questa idea tende ad eliminare perfino la dimensione umana del qualificato, arrivando a definire una persona bestia inferiore. Portatori di tali pericolosi pregiudizi si fanno movimenti ideologici quali il razzismo, che incoraggia alla discriminazione delle varie etnie, e alla paura del diverso. Ma come accennavo prima, tale concezione non è logicamente possibile, smentita dai più comuni principi dei saperi razionali, se una persona considera straniero colui che non identifica come uguale a sé stesso o conforme alla sua cultura, allora conseguentemente e per coerenza logica, tutti sono diversi e quindi tutti sono stranieri agli occhi di tutti, come mette in evidenza un famoso scrittore del “900, Brown che, attraverso il racconto “Sentinella”, esprime con forza che uno straniero, così come l’occidentale ne ha esperienza, possiede una sua dignità, una sua forza, una sua volontà e quindi un suo valore; ed è capace di ottenere il rispetto da colui che umanamente non glielo offre. Lo straniero non deve quindi esser considerato come una persona inferiore da noi, diverso sì, entro naturalmente i limiti dettati dalla concezione di diversa etnia, ma mai inferiore. Verrà il tempo in cui ogni persona si rivelerà per quello che intimamente si sente di essere alla sua percezione, uno straniero, che non ha accettato per tutta la vita, una parte di lui che la stessa società ha fatto in modo di nascondere e sopprimere, di privare questa persona della sua umanità e personalità, frutto di un’omologazione plasmatrice effettuata da un contesto storico cieco e ignorante che ci spinge a tutto ciò, poiché ognuno è straniero agli occhi dell’altro, ma nessuno lo è veramente (...)