La sepoltura e le tombe rendono meno doloroso il trapasso dalla vita e mantengono vivo nella memoria dei cari il ricordo dei defunti?
A partire da questa domanda Ugo Foscolo compone nel 1807 il carme dei Sepolcri.
Esso scaturisce da un dibattito con l’amico Ippolito Pindemonte sull’editto di Saint-Cloud emanato da Napoleone nel 1804 e vigente in Italia a partire dal 1806. L’editto prevedeva, per ragioni igienico-sanitarie, che i defunti fossero seppelliti fuori dalle mura cittadine e i sepolcri fossero uguali per tutti, senza distinzioni sociali.
Il carme si inserisce nella tradizione sepolcrale settecentesca che proprio partendo dal tema della sepoltura sviluppa “meditazioni” sulla vita e sulla morte. Il carme inizia con una domanda retorica in cui il poeta, chiedendosi quale sia la reale utilità dei sepolcri, esprime le proprie considerazioni e opinioni in merito.
La morte non è che il culmine di un processo meccanico per cui la sepoltura, per un laico come Foscolo, non ha valore commemorativo.
Tuttavia essa è per gli uomini l’unico legame affettivo con i defunti; è qui che l’autore si scaglia contro questo editto, considerandolo dapprima come un ritorno alle lugubri sepolture medievali, in cui la morte era vista con timore e disgusto, ritenendolo poi un mancato omaggio alla fama e importanza della storia del paese e dei personaggi che l’hanno vissuta. È il caso di Horatio Nelson reso celebre anche dalla sua sepoltura: si fece costruire una bara dal legno dell’albero maestro della nave di Napoleone; o, ancora dell’Italia che riceve lustro dal cimitero di Santa Croce, in cui trovano riposo le più grandi personalità della storia, da Galilei, a Michelangelo, a Machiavelli.
Questa visione riflette l’intento patriottico foscoliano che caratterizza tutte le sue opere, prima fra tutte Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis.
Non manca la critica all’Italia in cui la sepoltura è diventata solo uno sfarzo: “già il dotto e il ricco e il patrizio vulgo nelle adulate reggie, ha sepoltura già vivo”.
Il sepolcro è visto anche come fonte di ispirazione letteraria: Omero, raffigurato da sempre come poeta cieco errante in cerca di ispirazione, ne è il maggiore esempio; Foscolo lo descrive mentre interroga le anime per riceverne l’ispirazione.
In tutto il carme emerge la contraddizione tra materialismo e teoria delle illusioni. Foscolo si accosta alla visione meccanicistica della vita, secondo cui tutto si compie in virtù di meccanismi preordinati di cui la morte è il culmine. Il laicismo dell’autore si presenta diversamente di fronte alla teoria delle “illusioni”. Egli crede nella patria, nell’amicizia, nella famiglia e nell’amore; è una fede quasi religiosa, tanto che viene definita “religione delle illusioni”.
In relazione ad esse la morte non è più inutile ma essenziale per dare, attraverso la sepoltura, dignità all’individuo, alla nazione e alla sacralità della vita.
Tematica, questa, ripresa in numerosi sonetti. Nel sonetto “In morte del fratello Giovanni” il sepolcro diviene convergenza di affetti e punto di incontro tra i vivi e i morti della famiglia.
In questo senso il poeta è profondamente classico.
Rievoca i miti di personaggi che, fautori di gesta eroiche, continuano ad ispirarle grazie ai sepolcri; anche Omero, poeta per eccellenza, ha tratto ispirazione da questi; la poesia, quindi, contribuisce a rendere ancora più elevata la memoria dei defunti.
È questa la funzione della poesia eternatrice di miti, già sottolineata dal poeta nell’Ode all’amica risanata, e “ I Sepolcri” si presentano come sintesi tra patriottismo e classicità, riassumendo tutta la poetica dell’autore.
Valeria Statzu, V B Sociopsicopedagogico